l’opera galleggiante

Settembre 13, 2008 at 13:39 (libri) ()

1956, john barth

la sua opera prima è stata rivalutata negli ultimi anni per la sua scrittura sperimentale (un medesimo fatto è descritto da due prospettive diverse che si sviluppano in colonne parallele) e la critica lo colloca tra i più grandi scirttori americani. Basta leggere l’incipit (in grassetto i passi, secondo me, più accattivanti).

john barth, ha insegnato scrittura creativa all’università di buffalo e nelle sue lezioni ha parlato del libro di calvino, “Il castello dei destini incrociati”.

 

ACCORDANDO IL MIO PIANOFORTE (Tuning my piano)

Per uno come me, le cui attività letterarie dal 1920 in poi si sono limitate alla stesura di documenti giudiziari e alla raccolta di materiale per l’Indagine, la parte più difficile dell’impresa imminente – ossia, il resoconto di un giorno del 1937 in cui cambiai idea – è proprio cominciarla. Mai ho tentato nulla di simile ma mi conosco abbastanza per sapere che, rotto il ghiaccio, tutto diventerà facile, anche troppo, giacché di natura sono un tipo espansivo, e anzi il problema sarà quello di non perdere il filo della storia, e di sapermi azzittire alla fine. Non ho dubbi al riguardo: riesco quasi sempre a prevedere con esattezza il mio comportamento, perché, nonostante qui a Cambridge l’opinione comune sostenga il contrario, sono di fatto una persona molto coerente.
Gli altri (il mio amico Harrison Mack, per esempio, o sua moglie Jane) mi giudicano eccentrico e capriccioso: ma unicamente perché le mie azioni e le mie opinioni non sono coerenti con i loro princìpi, ammesso che ne abbiano. Ma vi assicuro che sono coerenti con i miei. E anche se i miei princìpi di tanto in tanto possono cambiare – questo libro, rammentiamolo, è proprio dedicato a un tale cambiamento – resta il fatto che ne ho in abbondanza, anche più di quanti me ne servano, e in genere li applico tutti insieme; cosicché la mia vita non è certo priva di logica solo per il fatto di non essere ortodossa. E poi, di norma, quando mi metto in testa di fare qualcosa, la faccio.
Ora, per esempio, ho cominciato il mio libro, e anche se probabilmente siamo ancora molto lontani dalla storia vera e propria, se non altro ci stiamo muovendo in quella direzione, e intanto ho imparato ad accontentarmi di questo. Forse quando avrò finito di descrivere quel giorno a cui ho accennato prima (sono quasi certo fosse il 21 giugno 1937), forse quando arriverò alla sera di quel giorno, se mai ci arriverò, tornerò indietro a distruggere queste prime pagine, l’accordatura del pianoforte. O forse no: intendo infatti, di qui a poco, presentarmi a voi, mettervi in guardia contro alcune erronee interpretazioni del mio nome; spiegarvi perché ho intitolato così il mio libro; e compiere qualche altro gesto graziosamente ospitale, per mettervi a vostro agio nella mia prosa come farei per ricevervi a casa mia, per immergervi con delicatezza nel sinuoso meandro dei miei pensieri: azioni utili, che sarà meglio conservare piuttosto che eliminare. Per estendere un altro poco la metafora del “sinuoso meandro”, se mi è concesso: mi è sempre parso, nei pochi romanzi che ho letto di quando in quando, che esigano parecchio dai lettori quegli autori che iniziano i loro racconti furiosamente, nel bel mezzo delle cose, piuttosto che entrandovi, indietreggiando o di sbieco, con dolcezza. Un tale tuffo nella vita e nel mondo di altre persone, come un tuffo fatto a metà di marzo nel fiume Choptank, offre, mi sembra, uno scarso piacere. No, venite con me, lettori, e non abbiate timore per il vostro cuore ammalato; ne ho uno anch’io, so bene quanto sia importante inserire prima il dito d’un piede, poi il piede intero, poi una gamba, lentissimamente le anche e la pancia, e infine tutti voi stessi nel mio racconto, concedendovi moltissimo tempo per farlo. Tutto sommato, vi invito a un tuffo di piacere, non a un battesimo.
Ebbene, dove eravamo? Stavo per commentare, forse, il significato dell’“ossia” che ho usato prima? O per spiegare la mia metafora della “accordatura del pianoforte”? O il mio cuore ammalato? Santo cielo! Come si fa a scrivere un romanzo? Voglio dire, come è possibile non perdere il filo del racconto, se si è anche solo minimamente sensibili al significato delle cose? Quanto a me, vedo già che la narrazione non è il mio forte: ogni nuovo periodo che scrivo è pieno di divagazioni e complicazioni che tanto volentieri inseguirei fin dentro le loro tane insieme con voi, però un tale inseguimento implicherebbe nuove divagazioni e nuovi inseguimenti, in modo che di certo non riusciremmo mai a dare inizio al racconto, né tantomeno a terminarlo, se sguinzagliassi le mie inclinazioni.
Non che ciò mi dispiacerebbe, di solito – per me un libro vale un altro – ma davvero ci tengo a spiegare quella giornata (o il 21 o il 22) del giugno 1937 in cui ho cambiato idea l’ultima volta. Dobbiamo dunque restare nel bel mezzo del canale, voi e io, sebbene la barca sulla quale navighiamo sia destinata alle secche, e rinunciare alle insenature e alle cale, per quanto possano essere graziose. (Questa metafora, a proposito, non è ingiustificata, ma lasciamo andare).
Dunque. Todd Andrews, mi chiamo. Lo potete scrivere con una d o con due; ho ricevuto lettere indirizzate a me nell’un modo e nell’altro. Volevo quasi avvertirvi di non usare la grafia con una sola d, per paura che diceste: “Tod in tedesco vuol dire morte: forse il nome è simbolico”. Personalmente adopero due d, in parte anche per evitare quel simbolismo. Però, capite, alla fine quell’avvertimento non l’ho fatto, perché mi è venuto proprio ora in mente che la doppia dè anch’essa simbolica, e il simbolismo è assai appropriato. Tod è morte, e in questo libro la morte non c’entra molto. Todd è quasi Tod, cioè quasi morte, e in questo libro, se mai sarà scritto, c’entra moltissimo la quasi-morte. Un’ultima osservazione. Siete mai rimasti delusi da racconti che parevano promettere chissà quale rivelazione, e invece se la sono cavata con un raggiro? A me è capitato più volte di imbattermi in racconti che riguardano qualche prodigiosa invenzione – una sfida alla gravità, o un telescopio abbastanza potente da vedere gli uomini su Saturno, o un’arma segreta capace di alterare il sistema solare – però la meccanica del mezzo atto a sfidare la gravità non viene mai spiegata; la questione se Saturno sia abitato o no non trova mai risposta; non ci viene mai insegnato il modo di costruirci da soli qualche macchinario capace di alterare il sistema solare. Ebbene, non sarà così questo libro. Se vi dico che sono arrivato a capire alcune cose, vi dirò che cosa sono queste cose, e le spiegherò più chiaramente che posso. Todd Andrews, dunque. Adesso, tenete gli occhi aperti e vedrete come so muovermi veloce quando faccio sul serio. Ho cinquantaquattro anni e sono alto un metro e ottanta, però peso soltanto sessantasei chili. Il mio aspetto è quello che penso avrà Gregory Peck, l’attore, quando arriverà a cinquantaquattro anni, soltanto tengo i capelli abbastanza corti da non dovermeli pettinare, e non mi rado tutti i giorni. (Il confronto col signor Peck non è inteso come elogio di me stesso, soltanto come descrizione. Se fossi Iddio, creando la faccia sia di Todd Andrews, sia di Gregory Peck, farei solo qualche piccolo cambiamento qua e là.) Vivo discretamente bene, secondo i criteri comuni: sono socio dello studio legale Andrews, Bishop & Andrews (il secondo Andrews sono io) e la clientela mi fa guadagnare quanto desidero, sino a forse diecimila dollari l’anno, o forse meglio nove, ma non mi sono mai dato molta fatica per appurarlo. Vivo e lavoro a Cambridge, capoluogo della contea di Dorchester, sulla Costa Orientale del Maryland. È la mia città natale e quella di mio padre (Andrews è un vecchio cognome a Dorchester) e non sono mai vissuto altrove se non negli anni passati nell’esercito durante la prima guerra mondiale, e in quelli passati alla Johns Hopkins University e, dopo, alla facoltà di legge dell’università del Maryland. Sono scapolo. Vivo in una camera singola dell’hotel Dorset, ho soltanto da attraversare High Street per recarmi al tribunale, e il mio ufficio si trova ad appena un isolato di distanza, a “Lawyers’ Row”, quel tratto di Court Lane dove non ci sono altro che studi legali. Sebbene l’attività giuridica mi paghi il conto dell’albergo, per me la carriera non è più importante di cento altre cose: andare in barca, bere, passeggiare, scrivere la mia Indagine, fissare le pareti, dare la caccia alle anitre e ai procioni, leggere, giocare alla politica. Mi interesso di parecchie cose, e non sono entusiasta di nessuna. Indosso vestiti piuttosto costosi. Fumo sigari Robert Burns. Bevo di preferenza Sherbrook Rye e ginger ale. Leggo molto e senza metodo: cioè, ho un mio metodo, ma non è ortodosso. Non ho fretta. In breve, vivo la mia vita (l’ho vissuta, almeno, sin dal 1937) suppergiù nel modo in cui scrivo questo primo capitolo dell’Opera Galleggiante. Ho quasi dimenticato di accennare alle mie malattie. La verità è che non godo di buona salute. Questo mi è tornato in mente ora, perché mentre meditavo sul nome Opera Galleggiante, seduto qui al mio tavolino nell’hotel Dorset, circondato dai grossi archivi della mia Indagine, ho cominciato a tamburellare con le dita sul tavolo, seguendo il ritmo di un’insegna luminosa intermittente al neon fuori della finestra. Dovreste vedere le mie dita. Sono l’unica deformità in un corpo altrimenti molto funzionale e, come nel corso della mia vita mi è anche stato sussurrato, non privo di bellezza. Ma queste dita! Grosse, tozze; unghie immense, giallastre, pesanti. Avevo una volta (probabilmente l’ho ancora) una specie di endocardite settica subacuta (in parole povere: mal di cuore) con una complicazione speciale. L’ho avuta sin da giovane. Mi ha fatto gonfiare le dita, e ogni tanto mi indebolisco, ma non troppo spesso. Però la complicazione è una tendenza all’infarto del miocardio. Che vuol dire? Vuol dire che un giorno qualsiasi posso cadere morto sull’istante, senza alcun preavviso, forse prima di terminare questa frase, forse a venti anni da oggi. Lo so fin dal 1919, cioè da trentacinque anni. Il mio altro guaio è un’infezione cronica della ghiandola prostatica. Mi ha causato problemi piuttosto gravi quando ero più giovane – diverse specie di problemi, come senza dubbio spiegherò più avanti – ma da molti anni ormai prendo semplicemente una pillola di ormoni (un milligrammo di dietilstilbestrolo, un estrogeno) tutti i giorni, e salvo una notte insonne ogni tanto, l’infezione non m’inquieta più. Ho i denti sani, salvo un’otturazione nel molare sinistro inferiore posteriore e una corona sopra il canino destro superiore (me lo sono spezzato sulla ringhiera d’un traghetto nel 1917, a fare la lotta con un amico mentre attraversavamo il Chesapeake). Non sono mai stitico, e ho la vista e la digestione perfette. Infine, ho ricevuto un debole colpo di baionetta da un sergente tedesco nelle Argonne durante la prima guerra mondiale. Mi è rimasto un puntino sul polpaccio sinistro, dove un muscolo è stato atrofizzato; però non zoppico,
e la piccola cicatrice non mi fa male. Il sergente tedesco l’ho ucciso
.

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la mia banda suona il rock

Settembre 11, 2008 at 09:23 (songs) ()

ivano fossati

La mia banda suona il rock
e tutto il resto all’occorrenza
sappiamo bene che da noi fare tutto è un’esigenza
è un rock bambino soltanto un po’ latino
una musica che è speranza,
una musica che è pazienza
è come un treno che è passato
con un carico di frutta
eravamo alla stazione si ma dormivamo tutti
e la mia banda suona il rock
per chi l’ha visto e per chi non c’era
e per chi quel giorno li
inseguiva una sua chimera.

Non svegliatevi oh,
non ancora
e non fermateci no, no
per favore no.

La mia banda suona il rock
e cambia faccia all’occorrenza
da quando il trasformismo è diventato un’esigenza
ci vedrete in crinoline, come brutte ballerine
ci vedrete danzare come giovani zanzare
ci vedrete alla frontiera con la macchina bloccata
ma lui ce l’avrà fatta, la musica è passata
è un rock bambino soltanto un po’ latino
viaggia senza passaporto e noi dietro col fiato corto
lui ti penetra nei muri ti fa breccia nella porta
ma in fondo viene a dirti che la tua anima non è morta

Non svegliatevi oh,
non ancora
e non fermateci no
per favore no.

La mia banda suona il rock
ed è un’eterna partenza
viaggia bene ad onde medie
e a modulazione di frequenza
è un rock bambino
soltanto un po’ latino
una musica che è speranza una musica che è pazienza
è come un treno che è passato con un carico di frutti
eravamo alla stazione si ma dormivamo tutti
e la mia banda suona il rock
per chi l’ha visto e per chi non c’era
e per chi quel giorno li inseguiva una sua chimera.

Non svegliatevi oh,
non ancora
e non fermateci no
per favore no.

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la rabbia di pasolini

Settembre 7, 2008 at 20:36 (film) ()

2008, giuseppe bertolucci

Il film rimonta le scene che pasolini eliminò dal film a quattro mani (con Giovannino Guareschi) del 1963.

Gli eventi politici e sociali più drammatici, dalla fine della guerra, sono commentati da poesie e prose di pasolini, attraverso le voci di giorgio bassani e di renato guttuso. Una rabbia lirica, lucida, profonda sottende tutti i commenti.  Anche altri momenti del film – per motivi diversi – suscitano una rabbia profonda contro il moralismo e il conformismo della stampa, della tv, del mondo dello spettacolo. E alla fine, in un’intervista del 1963, pasolini, parla del nostro paese, della politica e della “rabbia”. UN FILM ASSOLUTAMENTE DA NON PERDERE.

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dirty dancing again

Luglio 15, 2008 at 19:56 (songs) ()

questo è davvero un meraviglioso, conturbante  ”dirty dancing” con l’affascinante patrick swayze!

hungry eyes

You broke my heart
‘Cause I couldn’t dance
You didn’t even want me around
And now I’m back, to let you know
I can really shake ‘em down

Do you love me? (I can really move)
Do you love me? (I’m in the groove)
Ah do you love? (Do you love me)
Now that I can dance (dance)

Watch me now, oh (work, work)
Ah, work it all baby (work, work)
Well, you’re drivin’ me crazy (work, work)
With a little bit of soul now (work)

I can mash-potatoe (I can mash-potatoe)
And I can do the twist (I can do the twist)
Now tell me baby (tell me baby)
Mmm, do you like it like this (do you like it like this)
Tell me (tell me)
Tell me

Do you love me? (Do you love me)
Now, do you love me? (Do you love me)
Now, do you love me? (Do you love me)
Now that I can dance (dance)

Watch me now, oh (work, work)
Ah, shake it up, shake it (work, work)
Ah, shake ‘em, shake ‘em down (work, work)
Ah, little bit of soul now (work)

(work, work)
Ah, shake it, shake it baby (work, work)
Ah, you’re driving me crazy (work, work)
Ah, don’t get lazy (work)

I can mash-potatoe (I can mash-potatoe)
And I can do the twist (I can do the twist)
Well now tell me baby (tell me baby)
Mmm, do you like it like this (do you like it like this)
Tell me (tell me)
Tell me

Do you love me? (Do you love me?)
Now, do you love me? (Do you love me?)
Now, do you love me? (Do you love me?)
(Now, now, now)

(work, work)
Ah, I’m working hard baby (work, work)
Well, you’re driving me crazy (work, work)
And don’t you get lazy (work)

(work, work)
Ah, hey hey baby (work, work)
Well, you’re driving me crazy (work, work)
And don’t you get lazy (work)

si può immaginare un finale più ROMANTICO, nel senso più esagerato del termine?

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another brick in the wall

Luglio 8, 2008 at 21:23 (songs) ()

1979, pink floyd

We don’t need no education.
We don’t need no thought control.
No dark sarcasm in the classroom.
Teacher, leave those kids alone.
Hey, Teacher, leave those kids alone!
All in all it’s just another brick in the wall.
All in all it’s just another brick in the wall.
We don’t need no education.
We don’t need no thought control.
No dark sarcasm in the classroom.
Teacher, leave those kids alone.
Hey, Teacher, leave those kids alone!
All in all it’s just another brick in the wall.
All in all it’s just another brick in the wall.
All in all it’s just another brick in the wall.

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l’anno che i miei genitori andarono in vacanza

Luglio 2, 2008 at 22:25 (film) ()

2006, cao hamburger

i mondiali del 1970 con la finale italia-brasile (mazzola tira il calcio d’inizio), un quartiere di san paolo – brasile – dove la comunità di ebrei si prende cura di un bambino e lo aiuta a diventare grande, l’impegno politico e la repressione: un film molto bello, da NON PERDERE, perché parla la lingua delle cose vere.

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educazione di una canaglia

Giugno 17, 2008 at 17:59 (libri) (, )

2000, edward bunker

“ho passato la mia infanzia e la mia giovinezza a leggere libri…” il fatto è che bunker questi libri li ha letti nei riformatori e in carcere – nel ‘50 è  il più giovane detenuto di san quentin, l’harvard dei detenuti – e la sua storia, che racconterà anni dopo, è scritta dalla mano di un grande scrittore, con toni ricchi di tutte le gamme: semplici, ironici, cinici, distaccati e  sempre coinvolgenti. Bunker fa ripercorrere, attraverso le sue esperienze personali,  gli anni dei grandi di hollywood, di hearst, welles, il jazz, billie holiday, mc carthy e, soprattutto, descrive le regole e l’etica del carcere e dei criminali. Un capolavoro! 

bunker, a proposito della vita in carcere: “quando il gioco si fa duro, soltanto i piu’ duri continuano a giocare”

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per i bambini di ieri di oggi di domani

Maggio 11, 2008 at 19:36 (teatro danza) ()

in questo video “café muller”

pina bausch

coreografa e danzatrice meravigliosa, in uno spettacolo di danza, musica, recitazione che avvolge gli spettatori come una magia.

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variazioni goldberg

Maggio 11, 2008 at 18:52 (teatro danza) ()

 

Variazioni Goldberg

_ideazione, coreografia e interpretazione: Virgilio Sieni
_musica
: J.S. Bach

un coreografo e un danzatore possente; il suo modo di danzare è quello di un guerriero che combatte contro lo spazio per conquistarlo e ci riesce.

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buena vista social club

Maggio 8, 2008 at 20:05 (film) ()

 

1999 , wim wenders

da berlino  a cuba, a dirigere  musicisti con nomi da leggenda…lcompay segundo, omara portuondo, ibrahim ferrer, barbarito torres…

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