il mio nome è jackie robinson

marzo 18, 2011 at 18:07 (libri)

scott simon, 2002

 

dalla quarta di copertina:

“Io so che le i è un bravo giocatore” disse rickey. Battere, correre, ricevere erano una cosa, ma qui c’era  in ballo  dell’altro. Qui si parlava di palle lanciate ad altezza testa, tacchetti appuntiti, fischi, minacce di morte. “Devo sapere” disse “se lei ha il fegato”. […] “Vuole un giocatore” chiese robinson “senza il fegato di reagire?”. “Voglio un giocatore”  tuonò rickey, cogliendo la palla al balzo “con il fegato di non reagire!”

Il giocatore è  jackie robinson, il primo nero a rompere la segregazione razziale nel baseball; gioca nelle major leagues con la maglia 42 dei brooklyn dodgers nel 1947 e dimostra, con coraggio ed eroismo, di avere un’altra guancia da porgere agli insulti volgari dei razzisti che lo aspettano sugli spalti dei campi da baseball.

L’autore, scott simon, racconta questo eroismo guidandoci tra le vie di brooklyn, il suo parco, i suoi negozi, i suoi odori e poi, da lì, sui campi da baseball, dove robinson deve fronteggiare insulti e minacce dai tifosi razzisti  e “palle ad  altezza testa” dagli avversari bianchi, razzisti, sul campo.

Il racconto scivola, avvincente, tra i personaggi di questa storia vera, e rivive, nitido,  attraverso le  frasi di alcuni di loro, come branch rickey, il dirigente dei brooklyn dodgers, solito dire che ” la fortuna è quel che resta dopo il progetto”; oppure:  “non giocare mai a dama con uno che si è portato la sua scacchiera”. L’autore descrive, così,  il suo modo di fare:  

 “[…] branch rickey, invece, poteva far passare la decisione di schierare un lanciatore destro o mancino di fronte a stan musial nell’ottavo inning come una risoluzione a sostegno di chiang kai-shek o di mao tse-tung.” (pag. 72). 

scott simon racconta questa lotta contro la segregazione, ricordando il sostegno di pee wee reese, il compagno di squadra – bianco –  che sfida gli insulti dello stadio, mettendogli un braccio attorno alla spalla, davanti a tutti. A coney island c’è una statua che ricorda questo gesto.

Non ci sono soltanto coraggio e determinazione  in questo bel libro; l’autore descrive le umiliazioni sofferte da robinson e da sua moglie,  mostrando la dignità con cui il grande giocatore  non reagisce. E si resta increduli – e pieni di rabbia – a seguire le vicende del loro primo viaggio in aereo per raggiungere la squadra e per trovare un albergo nell’america degli anni quaranta e cinquanta, l’america che aveva lottato per la democrazia in europa e discriminava i suoi figli  in casa per il loro colore.

 Il libro è pubblicato dalla casa editrice 66thand2nd.

 

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