portella della ginestra e andrea camilleri

maggio 1, 2011 at 16:49 (ilmiopaese)

  

foto repubblica.it                                                 

Portella e l’offesa di Scelba

L’offesa peggiore che l’onorevole Mario Scelba, ministro dell’interno e siciliano, potesse fare agli innocenti morti di Portella della Ginestra e all’intelligenza degli italiani (ma dei siciliani in particolare) fu quella di sostenere in Parlamento che l’eccidio del 1° maggio 1947 non aveva retroscena politici di sorta: il bandito Giuliano e i suoi uomini avevano mitragliato uomini e donne, vecchi e bambini, alla Festa del Lavoro, di loro personale iniziativa.  E che interesse aveva il bandito a farsi nemica una popolazione se non fosse stato certo di una protezione, di una copertura più solida di quella che intimoriti contadini potevano offrirgli? Questo si chiesero immediatamente siciliani e no. E non c’era bisogno di andare lontano per avere una risposta. Innanzi tutto il bandito era  stato una specie di braccio armato del separatismo siciliano (un verminoso intreccio tra mafia, estrema destra, agrari) il cui principale compito era quello di tenere lontana l’isola da ogni possibile trasformazione sociale. E chi si ribellava, pagava con la vita.  Due nomi tra tanti di sindacalisti ammazzati prima di Portella: Accursio Miraglia (4 gennaio ’47) e Pasquale Almerico (25 marzo ’47). Mettendosi al servizio degli agrari e delle destre, Giuliano si era politicizzato e aveva fatto la pace con la mafia: da che parte quindi stesse i siciliani non se lo domandavano neppure. Intanto era successo che il 20 aprile del 1947, alle elezioni regionali, il Blocco del Popolo, costituito da socialisti, comunisti e indipendenti di sinistra, aveva avuto un successo straordinario, nonostante le pressioni e le intimidazioni: 29 deputati contro i 20 della Democrazia cristiana. Si cominciò allora a parlare, sia pure in termini molto vaghi, di un possibile accordo tra sinistre e DC per il governo dell’isola. Accordo che certamente avrebbe segnato la fine delle velleità delle destre. Dieci giorni dopo, venne recapitato l’ordine di sparare sui “comunisti”. La strage di Portella ebbe una duplice valenza: vendetta contro i contadini e i lavoratori che avevano votato “contro”, apertura di una frattura fra sinistre e DC che rendesse impraticabile ogni accordo. Il professore Francesco Renda (lo stesso che quel 1° maggio avrebbe dovuto parlare a Portella come oratore ufficiale designato dalla Camera del Lavoro di Palermo), riporta, nella sua Storia della Sicilia, la lettera inviata per coincidenza proprio il 1° maggio 1947 dal Segretario di Stato George Marshall all’ambasciatore americano a Roma James Dunn: “Il Dipartimento di Stato è profondamente preoccupato del deterioramento delle condizioni politiche ed economiche italiane, che evidentemente stanno conducendo a un ulteriore aumento della forza comunista”…Ecco: Portella della Ginestra, tra l’altro, recava un qualche sollievo alle preoccupazioni del Dipartimento di Stato. Io, quel 1° maggio, avevo 22 anni e stavo al mio paese in Sicilia, Porto Empedocle. Da noi la celebrazione della Festa del Lavoro consisteva essenzialmente in una sfilata per le vie  del paese dietro le bandiere rosse cantando l’Internazionale o, appunto, Bandiera Rossa. Quando la manifestazione si sciolse, andai a bere un bicchiere di vino con un amico e me ne tornai a casa. Dopo un’oretta bussarono alla porta, era un compagno, bianco in faccia, tremava, mi accennò confusamente che qualcosa era successa a Portella della Ginestra. Come aveva fatto la notizia ad arrivare così presto? Allora i telefoni erano scarsi, la televisione non esisteva, la radio non aveva ancora detto niente. Scendemmo in piazza, c’era una folla enorme, ricordo le persone commosse che si abbracciavano, un mio coetaneo democristiano mi corse incontro, mi strinse. Poco dopo sapemmo tutta la verità. Era una bella giornata, ma il sole mi si oscurò, ebbi l’impressione che si fosse levato un vento freddo, una morsa mi stringeva il petto e lo stomaco, tornai a casa, andai in bagno e diedi di stomaco. Avevo un insopportabile amaro in bocca. E da quel 1° maggio 1947 non sono più riuscito a bere un bicchiere di vino.  

Andrea Camilleri, da “Racconti quotidiani”

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