un gioco da grandi

novembre 7, 2012 at 12:49 (libri)

benjamin markovits, 2010

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Benjamin  markovits, ragazzo americano di origini  tedesche, passa  la sua linea d’ombra  in germania, in una piccola città vicino a monaco, dove va a  giocare a basket.

Il gioco, le sue regole, i rapporti con i compagni di squadra e  l’incontro con una donna e la sua bambina, lo aiuteranno a crescere, a capire e a scegliere.

Lo sport – le sue tattiche,  le  mosse – offre un assist speciale  a chi cerca di  spiegare  la vita.

La letteratura e il cinema sono ricchi di storie filtrate dallo sport.  Wim Wenders nel 1971  gira prima del calcio di rigore, dal  romanzo la paura del portiere prima del calcio di rigore (1970) di peter handke. Quella paura, in attesa che arrivi il pallone, è una metafora potente per raccontare – con leggerezza –  i momenti di ansia e di paura che bisogna affrontare nella vita.

Markovits ha davvero giocato a basket e il suo racconto è leggero e scorrevole, ma preciso e puntuale, nel descrivere i sentimenti e le paure che si celano dietro i risultati, i  punti o le statistiche di cui è appassionato:

Anche lui, come me, era fissato con le statistiche e insieme spulciavamo tabellini e classifiche ragionando su quali numeri contassero di più. (pag. 207)

 Era come  guardare qualcuno che ritira il bucato: non poteva sbagliare. (pag. 117)

“Hai fatto quello che volevano da te – sei entrato in parità, hai giocato un minuto, sei uscito in vantaggio” (pag. 201)

 […] aveva l’abitudine di fare rapidi elenchi, come se si sentisse a disagio a fornire informazioni incomplete. (pag. 203)

Era come se non lo avessi mai conosciuto. Nessuna delle regole secondo cui aveva vissuto era vincolante per me –  era questo il messaggio che si era astenuto dal trasmettermi. (pag. 205)

Solo quando fu partito davvero, e l’appartamento tornò completamente mio, sentii tutta la forza di quella nuova assenza che aveva preso posto nella mia vita. (pag. 205)

Sono i bambini che gattonano a sei mesi e camminano  a nove. Sempre i primi a montare sullo scivolo e gli ultimi a lasciare il campetto al tramonto. L’infanzia, per loro,  era il gioco in cui vincevano. (pag. 220)

Ecco un discorso con cui il rabbino si sgranchiva le gambe, e per diversi minuti si dilungò a soppesare gli argomenti che aveva introdotto. Ho una certa familiarità con quel genere di discorsi, filosofici e pragmatici allo stesso tempo, e spesso li trovo anche affascinanti. Ma traducendone il succo per anke,  mi accorsi di aver trascurato il tratto propriamente  ebraico: la gioia di dilettarsi con queste domande per il puro gusto di farlo. (pag. 264)

In video non si coglieva la sua furibonda intensità, e nemmeno la qualità muscolare della sua precisione tecnica. Si muoveva a passi rapidi e brevi, ma anche con disciplina e una certa cautela. Dietro ogni spostamento o gesto si intuiva il diagramma di un manuale – dava l’impressione di uno che in classe avrebbe allineato le matite sul banco. (pag. 282)

Gli atleti adorano sentire che qualcuno è stato messo a tacere, gli piacciono le dimostrazioni di potere – è il mondo di cui fanno parte. (pag. 285)

 Qualcuno aveva montato al posto dell’orologio un grande tabellone meccanico che registrava i punti, i rimbalzi, i minuti giocati, eccetera. A ogni istante, lo scorrere fluido e vivo degli eventi si trasformava in un insieme di cifre. (pag. 290)

[…] bisognava raccogliere i punti facili che si creavano sotto canestro. Nessuno invece regalò niente a Hadnot. Ogni tanto sbagliava anche, ma ci sono aspetti del gioco che i numeri da soli non riescono a raccontare.  (pag. 294)

Lo sport e la vita in altri romanzi

il campione

il curioso caso di sidd finch

il sogno di walaceck

1 commento

  1. un gioco da grandi « un merlo canterino said,

    […] un gioco da grandi […]

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