No, i giorni dell’arcobaleno

maggio 16, 2013 at 15:35 (film)

imm

pablo larrain, 2012, da un racconto di antonio skarmeta

Il passato di un paese, soprattutto quando è un passato di dolore e di divisioni laceranti, è un patrimonio del presente soltanto se su quel passato c’è stata una riflessione comune che ha permesso di superarlo e di andare avanti. Chi lo ha vissuto direttamente o attraverso il racconto di altri non ha, oggi, un ricordo comune e un giudizio concorde. Ognuno ha la sua visione e puntella le sue convinzioni sul suo carico di dolore, sulle sue perdite. E quel passato – quel patrimonio di esperienze – dividerà ancora i protagonisti di allora e lascerà indifferenti coloro che non lo hanno vissuto. Perché todo cambia, il modo di percepire la realtà cambia anche a distanza di pochi anni e nessuno, giovane o vecchio, permette che la realtà sia rappresentata attraverso le lenti di qualcun altro. Questo non vuol dire cancellare la storia. Spiega, invece, perché è inutile invocare quei fatti quando c’è chi, di quei fatti, dà un’altra lettura o, non avendoli vissuti, li considera lontani dal suo oggi. Succede ancora in Italia quando si parla di resistenza: chi ha perso non riconosce la sconfitta, non riconosce che qualcuno stava dalla parte giusta e qualcuno, con le leggi razziali e con la guerra, stava da quella sbagliata. Il patrimonio di valori nato dalla resistenza non si perde se si smette di usarlo come parola d’ordine; si valorizza, invece, se diventa parte dell’insegnamento nelle scuole, ad esempio, o di azioni concrete nella costruzione del futuro. È questo che racconta il film No, i giorni dell’arcobaleno.

Quando Pinochet, nel 1988, è costretto dall’opinione internazionale a indire un referendum per legittimare la sua dittatura, le parole d’ordine della coalizione per il “No” sono un elenco di morti, torturati, desaparecidos, imprigionati. Sono parole di dolore e di paura che alimentano divisioni e sentimenti contrapposti: i cileni sono stati torturati, esiliati, privati degli affetti più importanti, ma ci sono anche i cileni che credevano che il socialismo di Allende avrebbe portato miseria, invece che libertà e giustizia. E poi ci sono i cileni che nel 1988 hanno 15, 20, 25 anni e a loro quei numeri non dicono niente. Il pubblicitario interpellato sulla campagna del “No”, risponde secco “è tutto qui?” suscitando il giusto sdegno di chi nel ’73, nello stadio della morte e delle torture, ha perso un genitore, un figlio, un amico. Non è tutto qui, il rifiuto di usare parole di morte e di paura per sconfiggere chi ha portato morte e paura nasce proprio dalla consapevolezza che il giudizio sul passato non è condiviso e che molti ignorano quel passato. Il dolore che unisce la coalizione del No si può trasformare nella speranza di un futuro diverso: “Chile, la alegría ya viene”. È molto, molto di più di una campagna, è più di un prodotto, come si esprime il creativo che poi si corregge, è un concetto: nessuno può rappresentare la realtà per tutti, anche se ha, dalla sua parte, buoni motivi per farlo.

Per non rendere inutili la morte, la tortura, l’esilio bisogna evitare che quell’orrore non torni. Non basta ricordarlo. “Chile, la alegría ya viene”

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