prologo, don chisciotte, cervantes, volume primo

agosto 9, 2013 at 15:12 (libri)

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questo prologo – traduzione bartolommeo gamba – è una vera lezione sulle tecniche manipolatorie della comunicazione nel predisporre un testo: una lezione che viene dal 1600!

viola neretto mio nel testo

Sfaccendato lettore, potrai credermi senza che te ne faccia giuramento, ch’io vorrei che questo mio libro, come figlio del mio intelletto, fosse il più bello, il più galante ed il più ragionevole che si potesse mai immaginare; ma non mi fu dato alterare l’ordine della natura secondo la quale ogni cosa produce cose simili a sè. Che potea mai generare lo sterile e incolto mio ingegno, se non se la storia d’un figlio secco, grossolano, fantastico e pieno di pensieri varii fra loro, nè da verun altro immaginati finora? E ben ciò si conviene a colui che fu generato in una carcere, ove ogni disagio [p. 2] domina, ed ove ha propria sede ogni sorte di malinconsioso rumore. Il riposo, un luogo delizioso, l’amenità delle campagne, la serenità dei cieli, il mormorar delle fonti, la tranquillità dello spirito, sono cose efficacissime a render feconde le più sterili Muse, affinché diano alla luce parti che riempiano il mondo di maraviglia e di gioia. Avviene talvolta che un padre abbia un figliuolo deforme e senza veruna grazia, e l’amore gli mette agli occhi una benda, sicché non ne vede i difetti, anzi li ha per frutti di buon criterio e per vezzi, e ne parla cogli amici come di acutezza e graziosità. Io però, benché sembri esser padre, sono patrigno di don Chisciotte, né vo’ seguir la corrente, né porgerti suppliche quasi colle lagrime agli occhi, come fan gli altri, o lettor carissimo, affinché tu perdoni e dissimuli le mancanze che scorgerai in questo mio figlio. E ciò tanto maggiormente perchè non gli appartieni come parente od amico, ed hai un’anima tua nel corpo tuo, ed il tuo libero arbitrio come ogni altro, e te ne stai in casa tua, della quale sei padrone come un principe de’ suoi tributi, e ti è noto che si dice comunemente: sotto il mio mantello io ammazzo il re. Tutto ciò ti disobbliga e ti scioglie da ogni umano riguardo, e potrai spiegar sulla mia storia il tuo sentimento senza riserva e senza timore d’essere condannato per biasimarla, o d’averne guiderdone se la celebrerai.

Vorrei per altro, o lettor mio, offrirtela pulita e ignuda, senza l’ornamento di un prologo, e spoglia dell’innumerabil caterva degli usati sonetti, epigrammi, od elogi che sogliono essere posti in fronte ai libri[1]; e ti so dire che sebbene siami costato qualche travaglio il comporla, nulla mi diede tanto fastidio quanto il fare questa prefazione che vai leggendo. Più volte diedi di piglio alla penna per iscriverla, e più volte mi cadde di mano per non sapere come darle principio. Standomi un giorno dubbioso con la carta davanti, la penna nell’orecchio, il gomito sul tavolino e la mano alla guancia, pensando a quello che dovessi dire, ecco entrar d’improvviso un mio amico, uomo di garbo e di fino discernimento, il quale, vedendomi tutto assorto in pensieri, me ne domandò la cagione. Io non gliela tenni celata, ma gli dissi che stavo studiando al prologo da mettere in fronte alla storia di don Chisciotte, e ci trovavo tanta difficoltà, che m’ero deliberato di non far prologo , e quindi anche di non far vedere la luce del giorno alle prodezze di sì nobile cavaliere. – “Come volete voi mai, soggiuns’io, che non mi tenga confuso il pensare a tutto ciò che sarà per dirne quell’antico legislatore [p. 3] che chiamasi volgo, quando vegga che dopo sì lungo tempo da che dormo nel silenzio della dimenticanza, ora che ho tant’anni in groppa[2], esco fuori con una leggenda secca come un giunco marino, spoglia d’invenzione, misera di stile, scarsa di concetti, mancante di ogni erudizione e dottrina, senza postille al margine, e senz’annotazioni al fine del libro, di che vedo ricche le altre opere, tuttochè favolose e profane, e zeppe di sentenze di Aristotele, di Platone, e di tutto lo sciame dei filosofi, onde ne avviene che restano meravigliati i lettori, e tengono gli autori nel più gran conto di dottrina, di erudizione, di eloquenza? Citando la divina Scrittura si fanno credere altrettanti san Tommasi e nuovi Dottori della Chiesa, conservando in ciò un sì ingegnoso decoro che in una riga ti rappresentano un innamorato perduto, e nell’altra ti fanno un sermoncino cristiano, ch’è una consolazione l’udirli o il leggerli! Deve di tutto ciò essere spoglio il mio libro, poiché non ho che citare nel margine, o che annotare nel fine, né so di quali autori mi valga in comporlo; e così non posso affibbiarveli al principio, come da tutti si pratica, per le lettere dell’abbiccì, cominciando con Aristotele, e terminando con Senofonte e Zoilo o Zeusi, benché l’uno sia stato un maldicente, l’altro un pittore. Ha pur [p. 4] il libro mio da mancare di sonetti al principio, almeno di quelli composti da duchi, marchesi, conti, vescovi, dame o poeti celebratissimi; benché se pregassi di ciò due o tre miei amici bottegai, io so che me li darebbero, e tali da non poter essere superati da quelli dei più celebri della nostra Spagna. Insomma, signore e amico mio, soggiunsi, io mi risolvo a lasciar il signor don Chisciotte sepolto negli archivi della Mancia, finché il cielo faccia comparir chi lo adorni delle tante qualità che gli mancano, trovandomi io incapace di rimediarvi, causa la mia insufficienza e la mia scarsa erudizione, ed anche perché sono naturalmente infingardo e lento nell’indagare autori che dicano quello che so dire da me medesimo senza la lor dettatura. Di qui ha origine l’incertezza e l’umore in cui mi trovaste; e ben deve bastare per mettermi a tale stato tutto ciò che da me avete inteso».

All’udir queste cose il mio amico si diede una palmata nella fronte, proruppe in un alto scoppio di ridere, e disse: Per Bacco, fratello, che termino al presente di togliermi da un inganno in cui son vissuto da che vi conosco; giacché vi ho tenuto mai sempre per uomo giudizioso e prudente in tutte le vostre azioni, ed ora m’avveggo, che voi ne siete lontano quanto il cielo dalla terra. Com’è mai possibile che cose di sì poco momento e di sì facile rimedio abbiano tal possa da confondere e sviare un ingegno sì maturo com’è il vostro, a cui sì agevole riesce il togliere e superare molto maggiori difficoltà? Ciò deriva in fede mia, non da mancanza di abilità, ma da infingardaggine, e da poco buon raziocinio. Volete la prova di ciò che vi dico? Statemi attento, e vedrete come in un aprire e chiuder d’occhio io svento tutte le vostre difficoltà, e vengo a rimediare a tutte le mancanze; dalle quali dite essere tenuto sospeso e avvilito per modo che vi ritraete dal dare al mondo il vostro famosissimo don Chisciotte, lume e specchio di tutta la errante cavalleria. — Or via, lo interruppi sentendo le sue parole: in qual modo divisate voi di riempire il vôto del mio timore e di ridurre a chiarezza il caos della mia confusione? » Al che soggiuns’egli: — «Quanto al primo imbarazzo in cui vi trovate a cagione de’ sonetti, epigrammi ed elogi che mancano in fronte al vostro libro, e ch’è di mestieri che portino i nomi di personaggi gravi e titolati, è facile il rimediare. Prendetevi voi stesso la briga di comporli; poscia battezzateli voi medesimo col nome che più vi talenta attribuendoli al prete Gianni[3] dell’India od, [p. 5]i quali so essere opinione che abbiano avuto il vanto di poeti celebratissimi. Che se ciò non è vero, e sorgesse per avventura qualche pedante o baccelliere, che mordendovi le calcagna impugnasse questa verità, non per questo a voi, convinto di menzogna, taglierebbero la mano che ha segnato nomi cotanto illustri. E quanto al citare in margine libri ed autori ai quali attribuir le sentenze e i detti che vi piacesse d’inserire nella vostra storia, basta che voi vi facciate cadere in acconcio alcune sentenze che sappiate a memoria, o che vi costino poca fatica a cercarle[4]. Per esempio, trattando di libertà e schiavitù:

Non bene pro toto libertas venditur auro;

ed al margine citate Orazio[5], o chi l’ha detto. Se parlerete del potere della morte:

Pallida mors æquo pulsat pede Pauperum tabernas regumque turres.[6]

Se dell’amicizia, o dell’amore che il Signore comanda di portare a’ nemici, eccovi la divina Scrittura che vi somministra le parole di Dio stesso: Ego autem dico vobis: Diligite inimicos vestros. Trattando de’ cattivi pensieri ricorrete al Vangelo: De corde exeunt cogitationes malæ. Se dell’incostanza degli amici, Catone vi somministrerà il suo distico:

Donec eris felix, multos numerabis amicos; Tempora si fuerint nubila, solus eris.[7]

E di tal guisa latinizzando, od in tal’altra maniera, sarete tenuto per grammatico, ciò che procura oggigiorno non poco onore e guadagno. Quanto alle annotazioni da porsi al fine del libro, potete sbarazzarvene a questo modo. Se nominate nella vostra opera qualche gigante, supponetelo il gigante Golia: questo solo (che poco vi costa) v’apre il campo ad un’ampia annotazione al capitolo, che dica: Il Gigante Golia fu un Filisteo il quale venne ucciso con un gran colpo di pietra dal pastore Davide nella valle di Tèrebinto, secondo ciò che si legge [p. 6]nel libro dei Re.

Per mostrarvi poi uomo erudito nelle umane lettere, ed anche cosmografo, fate in modo che nella vostra storia si nomini il fiume Tago, e qui si aprirà il campo ad un’altra famosa annotazione dicendo: Al fiume Tago diede il nome un re delle Spagne, nasce nel tal luogo, e muore nel mare Oceano, bagnando le mura della famosa città di Lisbona, e credesi abbia le arene d’oro, ecc.

Dovendo parlar di ladroni, vi dirò la storia di Caco da me saputa a mente: se di cortigiane, eccovi il vescovo di Montognedo[8] che vi darà a prestito Lamia, Laide e Flora, con una annotazione da averne grande onore: se di crudeli, Ovidio vi offre Medea; se d’incantatrici o fattucchiere, da Omero vi si fa innanzi Calipso, Circe da Virgilio; se di capitani valorosi, Giulio Cesare vi dà sé medesimo nei suoi Commentarii, e Plutarco vi offre mille Alessandri se tratterete di amori, sol che sappiate due oncie di lingua toscana, ne riscontrerete a dovizia in Leone Ebreo[9]; che se non vi piace d’attaccarne dagli stranieri, avete in casa vostra il Fonseca, che tratta dell’ Amore di Dio, in cui si trova quanto voi e l’uomo più ingegnoso del mondo sapreste desiderare in tale argomento. Insomma basta che voi troviate la nicchia a questi nomi od applichiate alla vostra le storie qui ricordate, e lasciate poi a me il fastidio di apporre le annotazioni e le postille: posso rendervi assolutamente certo di riempirne i margini, e d’imbrattarne quattro fogli alla fine del libro.

“Passiamo ora alla citazione degli autori, della quale sono provveduti gli altri libri, ed il vostro è affatto privo. Anche a ciò è facile assai rimediare, poiché non avete che da cercare un elenco il quale tutti in sé li aduni dall’A alla Z[10], come voi dite, inserendo questo stesso alfabeto nel vostro libro. [p. 7]Che se apertamente se ne scopra la menzogna, per la poca necessità che avevate di valervene, non importa nulla; e intanto ci sarà forse qualche sempliciotto che terrà per certo esservene voi servito nella vostra naturale ed ingenua storia; e se altro vantaggio non ve ne dovesse venire, un così esteso catalogo servirà almeno ad aggiungere subito molta autorità al racconto. Io sono, anzi, di opinione, che non vi sarà chi si prenda la briga di riscontrare se ve ne siate sì o no servito; e ciò tanto più perché questo vostro libro non ha bisogno di nessuna di quelle cose che voi dite mancargli; non contenendo esso che una invettiva contro i libri di cavalleria, dei quali non fece parola Aristotele, nulla scrisse mai san Basilio, e non ne ebbe Cicerone contezza alcuna. Di più: i suoi favolosi spropositi escludono l’impegno di rimaner fedeli alla verità, o di farvi campeggiare l’astrologia, e meno ancora servono le misure geometriche o la confutazione degli argomenti, dei quali si vale la rettorica. Non è compito suo neppure far sermoni a chicchessia, frammischiando le divine colle umane cose, ciò che non è lecito ad intelletto cristiano. Basterà che metta a profitto la imitazione in ciò che andrà scrivendo, e quanto più l’imitazione si accosterà alla verità, tanto maggior conto ne troverà il suo scritto.

Poiché questa vostra opera non tende se non a distruggere il credito e l’impressione che nel mondo trovano i libri di cavalleria, non è necessario prendere in prestito sentenze de’ filosofi, consigli dalla divina Scrittura, favole da’ poeti, orazioni da’ retori, e miracoli da’ santi; ma basta procurare che con ogni chiarezza, con parole significative, oneste e ben collocate, si adorni il vostro ragionamento, vestendo un periodar sonoro e giocondo, dipingendo possibilmente quanto vi verrà a genio e in mente di esporre, e facendo intendere i vostri concetti senz’oscurità e senza confusione. Attendete con ogni studio a far sì che, leggendo la vostra storia, chi è malinconico si muova a riso, chi è allegro lo divenga di più, il semplice non senta la noia, il giudizioso ne ammiri la invenzione, l’uomo posato non l’abbia in ispregio e il prudente la lodi; in sostanza il vostro primo scopo sia quello di abbattere la macchina malfondata dei libri di cavalleria aborriti da tanti, ma celebrati dal maggior numero; che se tanto vi riuscirà a fare, non avrete conseguito poco”.

Io me ne stavo ascoltando con profondo silenzio ciò che mi si dicea l’amico, e tanto poterono sopra di me le sue ragioni che, senza altro dire, gliele menai tutte buone: anzi le feci servire di fondamento a questo prologo, nel quale riscontrerai, o delicato lettore, il retto discernimento dell’amico mio, e la mia buona ventura nell’essermi a questi tempi imbattuto in sì utile consigliere, quando appunto mi trovava [p. 8] irresoluto e indeciso. Tu n’avrai certo gran compiacenza nel leggere così ingenua e così pura la storia del famoso don Chisciotte della Mancia, il quale, per la fama che corre fra tutti gli abitanti del distretto del Campo di Montiello, fu l’innamorato più casto, ed il più valente cavaliere, che da tanti anni in qua comparisse in que’ dintorni; né io voglio esagerarti il servigio che ti rendo nel farti conoscere sì celebre e onorato campione. Bramo però d’incontrare il tuo gradimento per la conoscenza che ti farò fare anche del famoso Sancio Panza suo scudiere, nel quale, a mio avviso, troverai congiunte tutte le grazie scudierili che s’incontrano sparse nella caterva degli inutili libri di cavalleria. Dio ti conservi in salute, e non mi porre in dimenticanza. Sta sano.

 Note

  1. Allude all’usanza che non fu solamente spagnuola ma di tutte le nazioni, che ogni nuova opera dovesse essere preceduta da una serie d’elogi quasi sempre in versi, e d’ordinario tanto più numerosa quanto il merito era più scarso.
  2. Il Cervantes aveva cinquant’anni allorchè pubblicò la prima parte del suo Chisciotte.
  3. Personaggio passato in proverbio. Nel medio evo fu creduto ch’egli fosse un principe cristiano, re e prete insieme, il quale regnasse nella parte orientale del Thibet, verso i confini della China. E forse diede origine a questa credenza popolare l’esserci stato nelle Indie, verso la fine del secolo XII, un piccolo principe nestoriano, i cui dominii furono poi ingojati dall’impero di Gengis-Khan.
  4. Come fece Lope de Vega nel suo poema intitolato San Isidro.
  5. In fatti, questo verso (che in italiano suona:”Non c’è oro che comperi la libertà”) non è d’Orazio, ma dell’autore anonimo delle così dette favole esopiane (Canis et Lupus, lib. III.fabula 14). Così i versi attribuiti poco appresso a Catone, sono in vece di Ovidio (Trist. el. 6).
  6. Orazio, libro I, ode IV. “La pallida morte batte con piede che non conosce parzialità alle capanne dei poveri e alle torri dei re”.
  7. “Finché sarai felice, potrai contare molti amici, ma se i tempi si rannuvoleranno, resterai solo”.
  8. Don Antonio de Guevara che scrisse un una delle sue Lettere la Notevole storia di tre innamorate“. “Questa Lamia, egli dice, questa Laide e questa Flora furono le più belle e più famose cortigiane che mai vivessero, quelle che furono celebrate da più scrittori, e per le quali un maggior numero principi andò in rovina”.
  9. Ebreo spagnolo (1460-1520). Il suo nome è Judas Abarbanel. Dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna, si stabilì in Italia, dove scrisse, in italiano I dialoghi d’amore curiosa opera che ebbe una grande popolarità ai suoi tempi e che fu tradotta in varie lingue. É citata anche da Montaigne.
  10. Questi sarebbero il Pellegrino, o il San Isidro di Lope de Vega, che finiscono con una favola alfabetica degli autori citati; e la tavola dell’ultimo di questi poemi contiene sino a centocinquanta nomi.

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