il pagano doveva avere una gran testa – don chisciotte

agosto 23, 2013 at 15:07 (libri)

chisc037

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capitolo xxi

che tratta della eccelsa avventura e della preziosa conquista dell’elmo di Mambrino, nonché di altre cose successe al nostro invincibile cavaliere

Di lì a poco don Chisciotte scorse un uomo a cavallo, il quale aveva in capo qualcosa che luccicava come fosse d’oro; né l’ebbe visto ancora ben bene che si volse a Sancio e gli disse:

— Mi pare, Sancio, che non ci sia proverbio che non dica il vero, giacché son tutte sentenze ricavate appunto dalla esperienza, madre d’ogni scienza; specialmente quello che dice: «Dove si chiude una porta, un’altra se n’apre». Dico questo perché se ieri sera la fortuna ci chiuse la porta, di cui andavamo in cerca, ingannandoci con le gualchiere, ora ce ne spalanca un’altra per altra migliore e più sicura avventura: che se io non riuscirò a passarvi, mia sarà la colpa e non potrò già darla al fatto di poco saper di gualchiere, né al buio della notte. Dico così perché, se non m’inganno, s’avanza verso noi un tale che ha in testa l’elmo di Mambrino, circa il quale io feci il giuramento che sai.

— Stia attento vossignoria a ciò che dice, e anche più a ciò che fa — disse Sancio; — perché non vorrei che fossero altre gualchiere le quali finissero di gualchierar, gramolarci l’ossa.

— Che il diavolo ti porti! — replicò don Chisciotte, — non ci corre nulla da elmo a gualchiera!

— Non so nulla — rispose Sancio; — ma, in parola mia, se potessi parlare quanto solevo prima, forse direi tali ragioni che vossignoria vedrebbe che s’inganna in quel che dice.

— Come posso ingannarmi in quel che dico, maledetto te co’ tuoi dubbi? — disse don Chisciotte. — Di’, un po’ che viene verso di noi, sopra un cavallo grigio pomellato, che ha in capo un elmo d’oro?

— Quel che vedo e scorgo — rispose Sancio — non è altro che un uomo sopra un asino, bigio come il mio, che ha in capo una cosa che risplende.

— E quello è l’elmo di Mambrino — disse don Chisciotte. — Fatti da una parte e lasciami a solo con lui; tu vedrai come senza neppure una parola, per risparmio di tempo, sbrigo quest’avventura, e come l’elmo che tanto ho desiderato resta a me.

— È pensiero mio farmi da parte — replicò Sancio; — ma Dio voglia, torno a dire, che sian rose e non gualchiere.

— V’ho già detto, fratello, di non rammentarmi più neanche per idea, questa storia delle gualchiere — disse don Chisciotte; —che giuro… ma non aggiungo altro, che te le dò io le gualchiere!

Sancio tacque temendo che il padrone chi sa non mantenesse il giuramento che gli aveva fatto chiaro e tondo, come una palla.

Ora il fatto si è che l’elmo, il cavallo e il cavaliere che don Chisciotte vedeva non era se non questo: che in quei dintorni c’erano due borghi, l’uno tanto piccolo che non aveva né farmacia né barbiere, l’altro invece, lì vicino, sì; così che il barbiere del borgo più grande prestava i suoi servigi anche al borgo più piccolo, dove un malato aveavuto bisogno di un salasso, e un altro di farsi rader la barba; al qual fine or veniva il barbiere portando seco una catinella di rame. Volle pertanto il caso che mentre era in cammino, cominciasse a piovere, ed egli perché non gli si sciupasse il cappello, che doveva esser nuovo, si era messo sulla testa la catinella, la quale, tersa com’era, lustrava di lontano mezza lega. Cavalcava il barbiere un asino cenerino, al dire di Sancio, e questo fu motivo per cui don Chisciotte credette vedere e un cavallo grigio pomellato e un cavaliere e un elmo d’oro, poiché quanto vedeva, tutto molto facilmente adattava alla sua pazzesca cavalleria e alle sue idee guaste. Or quando vide che il pover’uomo a cavallo si avvicinava, senza mettersi con lui in discorsi, al gran galoppo di Ronzinante gli volse contro la picca in resta e bassa, con l’intenzione di passarlo da parte a parte; ma quando gli fu vicino, senza rattenere l’impeto della corsa, gli disse:

— Difenditi, spregevole creatura, o consegnami di tua volontà ciò che di pieno dritto mi è dovuto.

Il barbiere che, ben lontano dal pensare e dal temere tal cosa, vide venirsegli addosso quello spettro, non ebbe altro riparo per poter evitare il colpo di lancia, se non lasciarsi cascar giù dall’asino; né ebbe toccato appena terra che si rialzò più veloce d’un daino e se la diede a gambe levate attraverso quella pianura che non l’avrebbe ripreso il vento. La catinella rimase a terra e ne fu ben contento don Chisciotte, il quale disse che il pagano si era condotto assennatamente ed aveva imitato il castoro che, al vedersi inseguito dai cacciatori, si morsica e strappa con i denti quello cui sa, per naturale istinto, di essere perseguitato. Ordinò a Sancio di raccattare l’elmo; il quale, prendendolo fra le mani, disse:

— Per Dio, che è una bella catinella; e così vale un reale da otto come un maravedi.

E consegnandola al padrone, questi se la mise subito in capo, rigirandosela da una parte e dall’altra per cercare dov’era incastrata la visiera; ma poiché non la trovava, disse:

— Senza dubbio il pagano, a cui misura fu dapprima foggiata questa famosa celata, doveva avere una gran testa; ma il peggio è che ne manca la metà.

Sancio, sentendo chiamar celata la catinella, non poté tenersi dal ridere; rammentandosi però la rabbia del padrone, si represse a mezzo.

— Di cosa ridi, Sancio? — disse don Chisciotte.

— Rido — rispose egli — pensando al testone che doveva avere il pagano possessore di quest’elmo, che altro non sembra se non una catinella da barbiere, tale e quale.

— Sai cosa penso, Sancio? Che questo celebre prezioso oggetto, quale è quest’elmo incantato, per qualche strano caso dovette venire alle mani di qualcuno che non seppe conoscerne né apprezzarne il valore, e che, senza sapere cosa faceva, poi che vide essere del più puro oro, forse ebbe a fondere l’altra metà per cavarne denaro, mentre dell’altra metà fece questa che pare catinella da barbiere, come tu dici. Sia però quel che sia; a me che riconosco la celata non importa questa trasformazione. Nel primo borgo dove ci sia un fabbro io la risistemerò in modo che non la sorpassi e neanche le si approssimi quella che fece e foggiò il dio delle fucine per il dio delle battaglie, e frattanto la porterò come potrò; meglio poco che nulla; per lo meno mi basterà per ripararmi da qualche sassata.

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